Stefano Terra presenta se stesso

Torino: idroscalo con idrovolante (vista dal Ponte Isabella).

Sono nato nel ’17 a Torino. Provavano i motori degli idrovolanti in grandi capannoni vicino al Po. Dal fronte mio padre mandava lettere dannunziane che mia madre non capiva e doveva cucire in casa delle asole un tanto alla dozzina per tirare avanti. Negli anni Trenta eravamo alcuni ragazzi solitari e avventurieri fra i libri proibiti delle biblioteche popolari. Nei depositi per il macero riuscimmo a recuperare quasi tutti i numeri di Rivoluzione Liberale e Ordine Nuovo. Uno studente lituano ci traduceva Trockij e Bakunin. Cesare Pavese e Leone Ginzburg, più anziani e seri, ci consideravano pericolose teste accese. Delle ragazze di Corso Re Umberto dagli ippocastani che avevano fatto il liceo (quello vero, che per noi irregolari sembrava un tempio misterioso) ci prestavano dei libri rilegati che sapevano di chanel: Dedalus, Alcool, Oblomov, I demoni. Ancora adolescente pubblicai il libretto di versi Per un quadro di Rousseau il Doganiere. Si mosse addirittura Ardengo Soffici per accusarmi di decadentismo alla francese.
Anni di manifesti rivoluzionari, riunioni segrete, amori di tutta la vita casti come la cospirazione. Dopo tanti complotti facemmo scoppiare una bomba di carta durante un’adunata oceanica. Qualcuno di “Giustizia e Libertà” venne dalla Francia per un incontro segreto. Andai alla frontiera Svizzera per ritirare pacchi di manifestini contro la guerra. Dal mio nascondiglio vedevo le ragazze tabacchine di Brissago e di notte le lunghe luci dei fari sul lago Maggiore.
La guerra ci disperse. Mobilitato per l’Albania, riuscii nel ’41 a raggiungere gli antifascisti al Cairo. Riuscimmo a mantenere contatti con Sforza, Salvemini, Lussu. Speravamo in una costituente democratica. Furono invece dispersi quelli contrari alla resa senza condizioni. Enzo Sereni, arrestato poi esiliato in Iraq, si farà paracadutare in Italia, da dove viene mandato a Dachau per morire. Nel ’42 New Leader pubblicava Morte di Italiani, i miei primi racconti, e poi usciva il mio romanzo La generazione che non perdona, mentre Rommel si attestava a El Alamein e nel cortile dell’Ambasciata britannica bruciavano i cifrari.
Qualche stagione a Milano con l’Italia Libera di piazza Cavour, Il Politecnico di viale Tunisia con una sola macchina da scrivere, in via Brera il vino bianco di San Colombano dalla signora Titta. Ma il conformismo stalinista e i professori che fanno fuori “Giustizia e Libertà” dei fratelli Rosselli mi tengono lontano dal giro. Con la liquidazione del Politecnico di Vittoriani decido di espatriare. Questa volta come corrispondente, inviato speciale. Parigi per la conferenza della pace, poi Belgrado, Atene, Bagdad, Istanbul o Cipro. Intervistavo il maresciallo Tito scomunicato eppure ancora nostalgico di Togliatti e magari El Barzani, capo della nazione curda. Guerriglie, pronunciamenti, sbarco a Porto Said. Per venticinque anni Balcani e Levante. Liquidavo ogni giorno la mia vita con un pezzo telefonato agli stenografi.
Alcuni anni fa, di colpo, ho abbandonato il mestiere e ho scritto L’avventuriero timido che si riallaccia al Doganiere dell’adolescenza. Per Bompiani ho riscritto La fortezza del Kalimegdan con un primo bilancio di una generazione. Calda come la colomba e Alessandra sono due “romanzi d’amore” come diceva semplicemente mia madre quando mostrava i suoi volumi della Salani dalla copertina chiara. Li ho scritti in una casa dell’Attica con eucalipti, vigna adagiata sull’argilla, gatti dalla testa piccola e volpi all’imbrunire.

[così si presenta Stefano Terra nelle alette del romanzo “Alessandra”, Bompiani 1974]
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