Le mie mani – un racconto di Luigi Davì

Erano come quelle di una femmina. Mani fatte per reggere una penna o per sfogliare un libro. Piccole, con linee imprecisate; le dita aguzze. E morbide. Come un panno nuovo. Il mio orgoglio, le mie mani. Le tenevo con cura. Parlo di un tempo trascorso. Venne l’officina, il loro incupirsi. Le guardavo invigorirsi e serravo i denti. Vidi su esse il sangue, e le crepe del gelo. Mani delicate che pativano tutto, da tutto traevano forza. Non volevo. Le guardavo e, ad esse: “Non io, non io vi ho voluto così”.
Fredo mi batteva sulle spalle. Diceva: – Mani di meccanico: più sono rovinate, più valgono.
Tacevo. Per non dire troppo. Perchè intanto non mi avrebbe capito. Mi mostrava le sue: grandi, tozze. Se ne vantava. Anche le mie un giorno saranno tozze, dure quanto quelle. Ma non saprò vantarmene, che le volevo come erano. Mani forti. Vicino al polso, la pelle della palma è diventata cuoio. Il suo disegno spicca, per la polvere di ghisa nei tessuti. Le unghie sono rigate, ammaccate, sporche. Sono un museo di tagli e cicatrici, queste mani di oggi. Io sono il custode del museo. Tengo la porta chiusa. Osservo il mio lutto.

Luigi Davì, Gymkhana-Cross, Torino, Einaudi 1957
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